L’Evento per eccellenza: 51 anni fa il rock si fermava a Woodstock

E’ stato il primo grande evento globale, capace di richiamare almeno 400mila persone (qualcuno parla anche di un milione) senza il ‘passaparola’ che oggi è l’anima del raduni (almeno prima della pandemia). 51 anni fa non c’erano social, non c’erano telefonini, non c’era posta elettronica.

Eppure Michael Lang, John P. Roberts, Joel Rosenman e Artie Kornfeld, tre giovani organizzatori di concerti, riuscirono a portare sul palco tirato su a Bethel, una piccola città rurale nello stato di New York, Stati Uniti d’America, trentadue musicisti e gruppi, fra i più noti di allora.

L’evento, che in partenza doveva durare dal 15 fino al 17 agosto del 1969, era stato ideato come un festival di provincia, era stato pubblicizzato con il modesto nome di “An Aquarian Exposition”. Erano stati anche stampati dei biglietti, 186mila, ma l’evento divenne poi ad ingresso libero quando gli organizzatori si accolsero dell’enorme numero di spettatori in più che stavano accorrendo.

L’evento durò 4 giorni, dal 15 al 18 agosto, 51 anni fa, era il 1969, e spesso viene indicato con la dicitura 3 Days of Peace & Rock Music, ‘tre giorni di pace e musica rock’.

Il nome ha origine dalla città di Woodstock, nella contea di Ulster.

Il concerto iniziò alle 17.07 di venerdì con Richie Havens. La prima giornata fu dei musicisti folk. La sua esibizione è passata alla storia, il suo pezzo Freedom fu un pezzo di totale improvvisazione, dopo i continui bis richiesti dal pubblico. Tra gli altri, poi, salirono sul palco, sempre venerdì, The Incredible String Band, Country Joe McDonald, John Sebastian, Joan Baez, Arlo Guthrie.

Il concerto di sabato iniziò alle 12.15. Questa volta tocca a Santana, Canned Heat, Janis Joplin, Grateful Dead, The Who, Creedence Clearwater Revival. La performance dei Grateful Dead fu segnata da problemi tecnici, compresa una messa a terra difettosa; Jerry Garcia e Bob Weir ricordarono di aver preso la scossa toccando le loro chitarre.

Domenica 17 e lunedì 18 furono due giorni altrettanto straordinari in quanto a qualità sul palco. Joe Cocker inaugurò l’ultima giornata in programma, alle due del pomeriggio. Prima del suo numero, The Grease Band aveva eseguito alcuni brani strumentali. Indimenticabile la sua versione di With a Little Help from My Friends. E poi The Band, Johnny Winter, il supergruppo Crosby, Stills, Nash&Young, con quest’ultimo che non viene menzionato nelle pubblicazioni future del concerto perché rifiutò di farsi riprendere dai cameraman (“Distraggono”, disse) fino allo storico gran finale con Jimi Hendrix. Il chitarrista di Seattle, che reinterpretò una versione dell’inno Usa, The Star-Spangled Banner, che passò alla storia,  aveva insistito per essere l’ultimo ad esibirsi al festival, così il suo numero era stato previsto per la mezzanotte, ma non salì sul palco fino alle nove del mattino di lunedì. La maggior parte degli spettatori aveva dovuto lasciare il festival, così che solo in quasi 200.000 anziché 500.000 ascoltarono Hendrix, in una performance che fu una rarità, per la durata (due ore, la più lunga nella carriera di Hendrix).

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