Inimitabile Jimi Hendrix, da 50 anni nella Leggenda

Per capire quanto fosse avanti, basterebbe andare a fare un giro negli studi di registrazione che ha fondato nel 1970, gli Electric Lady Studios: finestre circolari, un impianto di illuminazione multicolore, in modo da creare un ambiente rilassante idoneo per stimolare la creatività dell’artista e, nello stesso tempo, un luogo professionale.

In quegli studi hanno mixato, registrato i propri successi artisti come i Led Zeppelin, Houses of the Holy e Physical Graffiti; gli AC/DC, Back in Black; David Bowie, Blackstar; Alice in Chains, l’album omonimo; Santana, Supernatural; Rolling Stones, parte dell’album Black and Blue, Emotional Rescue e parte dell’album Some Girls.
Perché questo era Jimi Hendrix, un artista all’avanguardia, capace di anticipare i tempi come nessuno, nel modo di suonare, di vivere e interpretare la musica.

Difficile convincersi che siano passati già 50 anni dal suo addio, da quella morte in totale solitudine, lui che da oltre mezzo secolo emoziona milioni di fan in tutto il mondo con la sua musica. Assurdo.
Attorno alla sua morte, esattamente 50 anni fa visto che era il 18 settembre del 1970, circolano voci, leggende, miti, in parte veri, in parte meno, in parte falsi. Come il discorso della droga: Jimi Hendrix non è morto per overdose, ma fatale fu l’abuso di sonniferi. Perché in quel periodo Jimi faticava a prendere sonno, era sotto stress, non riusciva neanche a dormire. Era a Londra, nell’appartamento che aveva affittato al Samarkand Hotel, al 22 di Lansdowne Crescent. La sua ragazza tedesca Monika Dannemann, era uscita per prendere le sigarette, evidentemente aveva preso meno sonniferi, quando al suo ritorno si accorse della crisi che aveva colpito Jimi.

Tra il panico e il non riuscire a capire cosa fare, passarono almeno 20 minuti prima che riuscisse a chiamare i soccorsi. Un ritardo che ha molto probabilmente avuto un peso importante.
Ci sono veramente tante versioni, tanti dubbi su quelle ultime ore del chitarrista di Seattle: tra cui quella relativa ad uno degli infermieri accorsi, pare notoriamente un razzista e che per questo non intervenne con la giusta rapidità. Ma c’è pure chi ipotizza che fosse ancora vivo all’arrivo dell’ambulanza e sia soffocato durante il trasporto in ospedale a causa del sopraggiungere di vomito, in assenza di un supporto sotto la sua testa.
Una vita breve, una carriera ancora più corta ma decisamente intensa in quanto a produzione artistica: singoli di successo, ancora oggi suonati e risuonati, come la versione di Hey Joe o quella di All Along The Watchtower, oppure Fire, Red House, Littile Wing, e via discorrendo, stanno qui a testimoniarlo.

La sua brevissima carriera ci ha regalato appena 4 album, tra il 1967 e il 1970, che hanno pero’ lasciato il segno: Are You Experienced, Axis: Bold as Love, Electric Ladyland, Band of Gypsys. Senza dimenticare le sue esibizioni dal vivo, un misto di arte allo stato puro, psichedelia, futurismo. Come a Woodstock, quando conquistai 200mila fortunati rimasti ad ammirarlo il 19 agosto del 1969 (molti, invece, avevano preso la via di casa, chissà la rabbia…), nella ritardata chiusura avvenuta all’alba e non la sera prima come previsto, a causa del maltempo. Suonò quasi 20 canzoni, tra cui la versione distorta ed elettrica di The Star-Spangled Banner, in protesta contro politiche americani, anche pensando alla Guerra in Vietnam.

Oppure al Festival di Monterey, che si tenne dal 16 giugno al 18 giugno 1967. Proprio in chiusura della sua esibizione, Hendrix diede alle fiamme la sua chitarra, una Fender Stratocaster. Carriera breve ma intensa, che a 27 anni lo ha inserito, suo malgrado, nel fantomatico Club 27, quello ‘riservato’ ai cantanti morti a quell’età, tra cui Jim Morrison, Janis Joplin, Brian Jones.

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