Leggenda senza fine, 75 candeline per Neil Young ‘The Loner’

75 anni da leggenda. Artista da sempre all’avanguardia, pur rimanendo ancorato alla tradizione, sicuramente uno dei più prolifici dall’alto dei suoi 40 (!) album in studio, compreso l’ultimo Homegrown, a coronamento di una carriera iniziata nel 1968 è andata avanti in crescendo.

E oggi Neil Percival Young, eroe solitario del folk rock, soffia su 75 candeline. E pare non aver affatto voglia di fermarsi, tutt’altro. Dopo l’omonimo album che ha dato il via alla splendida cavalcata di questo solitario musicista canadese, rozzo, apparentemente ombroso, ma con un cuore grande così (ha raccolto fondi con il suo Bridge School Benefit, il concerto benefico annuale a cui hanno partecipato artisti di altissimo livello), uno dietro l’altro ha sfornato album che per un motivo o per un altro hanno lasciato un segno indelebile nella storia del rock.

A metà Anni 70, ad esempio, ha pubblicato la famosa trilogia del dolore, ‘composta’ dai tre album Time Fades Away, On the Beach e Tonight’s the Night,  culminata appunto in Tonight’s the Night, considerato il primo concept album della storia del rock. E’ in quel periodo, infatti, che per overdose muoiono il chitarrista dei Crazy Horse, Danny Whitten, e di Bruce Berry, un roadie del suo entourage. E lui, per questo, si sente in colpa. Neil Young, nato a Toronto il 12 novembre 1975, dopo qualche anno vissuto pericolosamente negli Usa (la sua permanenza negli States è inizialmente illegale, finché non ottiene la Green Card), a Los Angeles conosce Stephen Stills, Bruce Palmer, Richie Furay, e Dewey Martin e con loro forma i Buffalo Springfield, che diventano gruppo di punta del folk rock californiano. Artista rude, capace di passare come se niente fosse dal suono acustico a quello ruvido, per molti è stato il precursore del punk, per altri, negli Anni 90 è diventato il padrino del grunge.

Il debutto da solista arriva dopo l’addio ai Buffalo. Detto dell’album omonimo, che contiene chicche come The Loner e The Last Trip to Tulsa, lo stesso anno, dal gruppo The Rockets il chitarrista Danny Whitten, il bassista Billy Talbot e il batterista Ralph Molina ribattezzandoli Crazy Horse, band che lo accompagnerà per il resto della carriera, a partire dal suo secondo lavoro solista: Everybody Knows This Is Nowhere (maggio 1969). Il disco viene accreditato a Neil Young with Crazy Horse e contiene pezzi classici del suo repertorio, come Cinnamon Girl, Cowgirl in the Sand e Down by the River.

La strada verso la leggenda è ormai presa. Con David Crosby, Stephen Stills e Graham Nash, che avevano già inciso come trio, va a formare il supergruppo Crosby, Stills, Nash& Young: anche qui, un successo dietro l’altro, compresa la partecipazione a Woodstock dell’agosto 1969, dove però, Neil Young rifiuta di essere filmato. Con il gruppo Young incide dischi dal grande successo commerciale ed artistico come Déjà vu e Four Way Street. Da solista, invece, mette a segno i colpi After The Gold Rush e il vendutissimo Harvest, con il singolo Heart Of Gold: un successone.

Dopo la trilogia del dolore, arriva la rinascita: siamo a metà Anni 70, pubblicherà album più solari come Zuma o Long May You Run, mentre gli Anni 90 si aprono decisamente più rock con l’album Ragged Glory, per il cui tour promozionale chiama ad aprire i suoi concerti il gruppo di rock d’avanguardia Sonic Youth. Mentre Kurt Cobain, nella lettera scritta prima di suicidarsi il 5 aprile 1994 con un colpo di fucile, cita un verso di My My, Hey Hey, da Rust Never Sleeps (“It’s better to burn out than to fade away” – è meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente -) , nel 1994 consolida il suo legame con il grunge con Sleeps with Angels, mentre un anno dopo dalla collaborazione con i Pearl Jam ‘nasce’ l’album Mirror Ball.

Negli ultimi anni ha pubblicato una media di quasi due album all’anno, compreso Homegrown, composto da materiale registrato tra giugno 1974 e gennaio 1975. E non è ancora finita. Per fortuna….

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