‘Human Rites’, il ritorno di Beercock dal sapore gospel – RECENSIONE

 Il suo ultimo album, in uscita l’11 dicembre esclusiva su Bandcamp, il 18 su tutti gli altri digitals, impressiona per l’armonia e il ritmo che trasmette a chi lo ascolta. I temi scelti nei testi delle canzoni sono attuali e inducono a riflettere, soprattutto l’ultima canzone “Cling”. Beercock ha una voce che rimanda ai cori gospel, passando per i musical e gli spettacoli alla Michael Bublè . La voce è lasciata libera di esprimersi dinamicamente e timbricamente, chi ascolta si lascia catturare da una forte densità emotiva. Ricordiamo che l’album si intitola Human Rites. Nessun nome fu mai più calzante di questo: “Human Rites”. Le canzoni dell’album infatti, sprigionano spiritualità sebbene ciascuna di loro abbia la sua particolarità. Le caratteristiche di Beercock sono il Corpo e la Voce che emergono con tutta la loro prepotenza un brano dopo l’altro.

Le influenze urbane dell’album si fondono con la black music, il tutto perfezionato da una dimensione tribale che attraversa l’intera l’opera. Beercock afferma: “Ogni episodio è un rito umano da condividere con la società, in questo periodo storico attraversata da un terremoto che ha portato a ripensare alle dinamiche più profonde tra individui e collettività, tra prossimità e distanza, tra fisico e digitale. “ È un invito a stare vicini per mezzo del Rito, mentre intorno vola tutto”, spiega l’artista.

Analizziamo le 9 canzoni presenti nell’album

  “See you around the bend”  è un inno all’umanità, l’inizio di tutta la liturgia di voce e corpo del disco.

“Unfolded”, è un canto tribale una esortazione energica ad aprirsi agli altri, un invito a fare comunità. 

“My day becomes an hour”, è una canzone che rappresenta una vera e propria richiesta di attenzioni al partner assente.

“Burn my lyre” è l’episodio più criptico: canto e ritmo si esaltano, si trasformano in ascesi, si mescolano: raccontano il bisogno di bruciare il passato verso un futuro incerto.

 “In bliss” troviamo  Il rito vero e proprio: un mantra di mani, petti, fischi, voci ronzanti. Un richiamo ad antichi ritmi tribali, che non hanno bisogno della parola. 

“Feel your fall” (video diretto da Vincenzo Guerrieri e co-prodotto da PANK Agency e Garage Arts Platform) racconta, invece, di uno stormo di falene che si attorciglia ad un fulmine per poi precipitare: una ode alla forza desiderio. Solo corpo e voce.

“The wreck of a rainbow” è una storia d’infanzia, un’ode alla fantasia dei bambini.

In “The names of things” l’artista cerca di indagare la difficoltà di trovare le parole giuste per spiegarsi: perché “il nome delle cose, per via di come canto, non sembra mai ordinario”.

“You and your nudity”, “l’artista tenta di arrampicarsi sui versi di un poeta che ama molto, per esprimere i suoi sentimenti verso una persona, ma quello che esce è solo un nonsense pieno di immagini.

L’opera si chiude con “Cling”: un canto sulla separazione, forse fra i sentimenti più sentiti negli ultimi mesi. Una melodia lontana, come in una caverna: la voce emerge come una presenza, come un fiore nel buio.

di Fab

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