Eterna leggenda, vero Re del reggae: 40 anni fa moriva Bob Marley

Non l’avrebbe mai lasciata. Pur avendo amato anche altre donne, ha avuto ben 13 figli, la sua Rita non l’avrebbe mai lasciata. Quell’11 maggio di 40 anni fa, era il 1981, con la malattia che aveva aggredito il suo corpo, lei gli era accanto. Sentiva che il suo Bob la stava lasciando, un melanoma maligno che lo ha colpito all’alluce del piede gli aveva lasciato veramente poco da vivere. Mise la testa tra le sue braccia e l’ascoltò cantare, finché non scoppiò in lacrime: “Bob, ti prego, non lasciarmi”. Lui, non l’avrebbe mai abbandonata: “Lasciarti per andare dove? Perché piangi?- le rispose- Dimentica il pianto, Rita. Continua a cantare“.

Bob Marley era nato a Nine Mile, un villaggio giamaicano, il 6 febbraio 1945 da padre britannico, Norval Sinclair Marley, e madre giamaicana, Cedella Booker. Giovanissimo, intorno ai 17 anni, decide di diventare un rasta, un seguace del Rastafarianesimo, una religione il cui nome deriva da Ras Tafari, usato dall’imperatore d’Etiopia Hailé Selassié I, per il quale Marley aveva una vera e propria venerazione. È il 1961 quando pubblica il suo primo singolo, ‘Judge Not’, considerato molto innovativo ma che non ebbe un gran successo. Nel 1964, invece, decise di dar vita, con Bunny Livingston e Peter Tosh, ai The Wailers, con cui suonò ovunque in giro per il mondo in due diverse fasi, compreso il 1974, quando cioè riformò la band dopo un precedente scioglimento, continuando a suonare e a pubblicare dischi con il nome Bob Marley & the Wailers. La scelta di trattare temi, nelle sue canzoni, come l’uguaglianza, la lotta contro l’oppressione politica e razziale, l’invito all’unificazione dei popoli di colore come unico modo per raggiungere la libertà, lo trasformano in un vero e proprio leader politico, spirituale e religioso. A conferma della sua presenza politica nel suo paese, quanto accade alla fine degli Anni 70, periodo in cui la Giamaica è tormentata da una guerra civile politica, alimentata dai due principali partiti politici, il Jamaican Labour Party ed il People’s National Party. Per cercare di fermare questo conflitto, organizza l”One Love Peace Concert’, un concerto politico in cui Marley, mentre canta Jammin’, convince i due principali esponenti politici, Michael Manley (PNP) ed Edward Seaga (JLP), a stringersi la mano. Un evento storico. Tornando alla parte musicale della figura di Bob Marley, infinita è la sua produzione, tra album storici, come Uprising, Kaya, Surival, Exodus, il postumo Confrontation, e singoli che hanno lasciato una traccia indelebile nella storia della musica, a livello mondiale. Si va da I Shot the Sheriff No Woman, No Cry, Is This Love, Natural Mystic, One Love, Exodus, Africa Unite, Catch a Fire, Could You Be Loved, Get Up, Stand Up, Three Little Birds, Jammin’, No More Trouble, Waiting in Vain, Redemption Song e Stir It Up. E solo per citare una parte delle sue canzoni. A contribuire al successo di Marley oltre i confini giamaicani, anche l’intervento di altri artisti di livello. Come Eric Clapton: il leggendario bluesman incise una cover di I Shot The Sheriff, che diventerà addirittura più famosa dell’originale. Il Re del Reggae ha inciso in tutto 17 album, 8 come The Wailers, 9 come Bob Marley & The Wailers. Una carriera in continua ascesa, un successo che aveva varcato i confini giamaicani, ma che si dovrà fermare improvvisamente. È luglio del 1977 quando si procura una ferita all’alluce destro, l’artista si convince di averla riportata durante una partita di calcio. Finché in un’altra partita, l’unghia si stacca. La diagnosi, agghiacciante, non lascia scampo: melanoma maligno che cresceva sotto l’unghia dell’alluce. Da alcuni medici gli fu consigliato di amputarlo, per altri l’intervento avrebbe dovuto riguardare solo il letto dell’unghia, opzione scelta da Marley per motivi religiosi. Il melanoma non fu curato del tutto e progredì fino al cervello.

Dopo circa un anno, deciso a non fermarsi nonostante i problemi di salute, organizza l”One Love Peace Concert’, mentre nel 1980 pubblica l’ultimo album, Uprising, disco a forti tratti religiosi, che contiene singoli come Redemption Song e Forever Loving Jah. Se da una parte il cancro, inarrestabile, si diffonde nel suo corpo, dall’altra la sua voglia di fare musica non si ferma. In tour in Europa, il 27 giugno 1980 canta davanti a 100mila persone a Milano, mentre negli Usa ha in programma 2 concerti al Madison Square Garden di New York: qui Marley ha però un collasso facendo jogging al Central Park. Il 23 settembre 1980 tiene il suo ultimo concerto, allo Stanley Theater a Pittsburgh. Tutti questi concerti fanno parte del suo ultimo tour prima della morte, l’”Uprising Tour”.

Vola quindi in Germania, per un consulto medico: il cancro è ormai in fase molto avanzata. Lui è indebolito, al punto che i dreadlock diventano troppo pesanti, perché i capelli sono sempre più indeboliti a causa del cancro. Anche il taglio diventa una sorta di evento, una decisione molto sofferta: lo fa mentre legge la Bibbia. In volo verso casa, è costretto a fermarsi a Miami per un peggioramento della salute. Qui muore la mattina dell’11 maggio 1981. Poco prima di morire, parla con tutti i suoi figli: “Money can’t buy life” (“i soldi non possono comprare la vita”).

L’ultimo addio al Re del reggae, con i funerali di Stato in Giamaica.

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