‘Cosa ci resta’: ce lo raccontano gli Headlight, per la prima volta in italiano

Ci avevano colpito gli Headlight con il primo singolo dal titolo “This Love” a rappresentare un disco filo internazionale come “Timeline”, lavoro decisamente figlio di un rock inglese e di sfumature berliniane per niente scontate. Escono da questi cliché senza tradire troppo un certo modo di pensare al suono e pubblicano “Cosa ci resta”, un nuovo singolo, una testimonianza inedita di un nuovo percorso tutto in italiano. Brano che accarezza le nostre abitudini ma sa come definire i paletti della forte personalità melodica di questa nuova voce tutta italiana.

Gli Headlight, Original britpop band abruzzese, è formata da Domenico D’Alessandro (piano, vocals), Riccardo Grumelli (bass, vocals), Luca Iurisci (guitar), Stefano Berarducci (drums). Di questo nuovo singolo ne abbiamo parlato con loro in questa intervista:

Cosa ci resta’, secondo voi?

La speranza, probabilmente l’elemento che non ci ha mai abbandonato in questo periodo. La speranza di ricominciare

La routine quotidiana che ci annienta, come raccontate di questa canzone. La ricetta magica?

Crediamo non esista una ricetta magica. Ovviamente in questa fase storica che l’uomo sta affrontando, quella routine tanto angosciante ha iniziato a mancarci e forse ognuno di noi ha imparato ad apprezzarla o quanto meno a trovare in essa i lati positivi.

Il dietro le quinte di questo brano: ispirazioni e ragioni per questa lingua nostrana?

Volevamo metterci in gioco e fare qualcosa di nuovo, spingerci oltre. È stato anche un modo per vedere la reazione degli ascoltatori e in primis le nostre reazioni, essendo la prima volta.

Avete sempre giocato bene con le melodie… per voi questo significa essere pop?

Giochiamo molto con la spontaneità, il pop è questo, essere spontanei senza seguire troppi schemi o regole ma farsi guidare dalle sensazioni e dalla emotività.

E volendo etichettare la vostra musica? Che genere e che radice ha?

Ci siamo sempre definiti pop/rock senza problemi, molti non riescono ad accettare di essere etichettati nel genere pop, come se fosse qualcosa di discriminatorio o sminuisse le capacità di un musicista. Siamo molto legati a quella corrente  British che in qualche modo ci ha sempre influenzato.

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