Cassandra Raffaele: sul suo cammino ora c’è un “Antidoto” – INTERVISTA

Continua il viaggio analogico (anche decisamente devota al suono vintage) di Cassandra Raffaele con questo nuovo singolo dal titolo “Antidoto” che sfoggia ancora la produzione di Roberto Villa per L’Amor Mio Non Muore (ormai marchio indelebile a questo ritorno al passato nell’ambito della produzione totalmente analogica) e il ricco arrangiamento di synth di Alberto Bazzoli che ovviamente va a sfogliare i mirabolanti anni ’60 e ’70 più con un certo modo di fare che con una ricerca didascalica del suono. Una canzone di nostalgica richiesta di aiuto e di salvezza dal veleno quotidiano, mantecato dentro un downtempo americano, decantato anche in una lentezza elettrica e una visione del “futuro” poco eccentrica e sfarzosa. Sempre pensando al tempo sonico di Cassandra Raffaele che appunto si attesta nell’era di Woodstock e delle grandi vedute hippie.

Abbiamo incontrato e intervistato Cassandra Raffaele sul singolo e sulla musica di oggi.

Nuovo singolo per Cassandra Raffaele. Un nuovo passo, passaggio… ma decisamente “indietro”. Eppure sulle prime non ti facevo assai ancorata al passato… che sia una rivoluzione degli ultimi tempi? Magari ho sensazioni sbagliate…

Anche “Antidoto” fa parte di una produzione ben definita e ricercata. Roberto Villa che ne sta curando gli arrangiamenti, non poteva non spalancare le porte al suo mondo analogico che vuol dire sì,  “andare indietro nel tempo” ma vuol dire anche, selezionare un mezzo del passato per andare nel futuro, risultando quindi innovativo, perché si distoglie completamente dalle tendenze attuali italiane musicali. Io ho accettato in pieno questa dimensione prima di gusto ma anche di sfida se vogliamo, lasciandomi sedurre, completamente.

Anche in questo nuovo singolo torna un certo suono rock anni ’60 e ‘70. Che rapporto hai con quel rock, con quella musica e con quel periodo storico?

Ho un rapporto estremamente familiare con quel rock. È un fatto naturale, co-esiste con quello che sono. Sono cresciuta circondata da quella musica, dai vinili di mio padre che ha poi vissuto quel periodo anche come musicista. Le favole per addormentarci da bambini, erano i racconti delle sue esperienze musicali, i suoi trascorsi al Golf Droute di Parigi, il famoso locale dove si esibivano i Rolling Stones e Otis Redding, i racconti sulle sue prime cantate con le luci stroboscopiche che lo abbagliavano fino a non vederci.

Dunque consumando tutto quel potere immaginifico, secondo te il rock dei Maneskin è da salvare? E più in generale come vedi il suono di questi nuovi progetti che imperano dentro la scena musicale italiana?

È da salvare il rock, in generale, da fare riscoprire soprattutto alle nuove generazioni, e in questo in parte, i Maneskin stanno avendo un ruolo importante. Hanno dato una scossa che si sta diffondendo ovunque. Grandi per questo! Loro sono forse l’espressione più fashion, mediatica del rock, ma comunque necessaria, a mio avviso, ed opportuna più che mai adesso. C’è bisogno di una carica rinnovata, che certa musica di adesso non potrà né ora né mai avere, anche per questioni puramente tecniche;  un brano a 74 bpm chiamalo come vuoi, esprime una certa staticità, e il disagio,  per quanto sia dovuto ai giovani costituzionalmente ed emotivamente, deve potersi evolvere, altrimenti diventa auto-distruzione. Il rock partiva e parte dal medesimo disagio, ma ha una carica esplosiva evolutiva differente, che è anche accompagnata musicalmente, e alla fine ti scuote. C’è bisogno di uscire dallo stato di narcotizzazione e appiattimento nel quale ci stiamo ritrovando, una sorta di confort zone di robe tranquillizzanti che impantanano al contrario. Occorrerebbe comunque ampliare anche le vedute, e chiamare le cose con il loro nome, se pensiamo ad esempio che nel resto del mondo, il genere indie pop identifica band come Belle and Sebastian, Florence and The Machine, Arctic Monkeys. Occorrerebbe sforzarsi di educare la gente alla differenza di generi musicali e alla loro rappresentanza, per avere anche festival più variegati.

La radice delle cose. Sempre più spesso vedo ritorni e non partenze. Sempre più spesso vedo ricordi e non scoperte. Tu cosa vedi?

Vedo che abbiamo bisogno di tutto quello che scrivi. C’è da andar via e poi ritornare, c’è da spegnersi e poi riaccendersi. A volte c’è da stare anche fermi per riscoprirsi, per capire che anche l’essere andati via, ha avuto un senso per rinascere. L’importante è non fossilizzarsi con la mente.

E la musica nuova di Cassandra Raffaele in che misura andrà incontro alla scoperta? E di cosa? Se ci andrà…

Mi sento così avvolta dalla musica e da quello che sto vivendo con essa in questo momento, da non potere essere in grado di risponderti. “Lo scoprirò solo vivendo”.

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